Vodafone scappa dalla Cina

L’effetto è stato immediato: il titolo di China Mobile, la compagnia telefonica con oltre mezzo miliardo di utenti e la maggiore capitalizzazione di mercato al mondo, è sceso ieri alla borsa di Hong Kong in seguito alle voci insistenti di una vendita a breve della quota detenuta da Vodafone. In una giornata positiva per l’indice Hang Seng, China Mobile ha perso l’1,2%: gli investitori temono infatti un crollo del prezzo se il gruppo britannico cederà come previsto la sua quota del 3,2%, che rappresenta un quinto del flottante del colosso cinese.

Il via libera alla vendita della quota di China Mobile, che vale 52 miliardi di dollari di HK (pari a oltre 4 miliardi di sterline), sarebbe già stato dato da Vittorio Colao, il chief executive di Vodafone. «Non siamo qui per gestire quote di minoranza», aveva dichiarato l’italiano il mese scorso all’assemblea del gruppo, ribadendo la sua strategia di ottenere reddititività dalle attività esistenti e concentrarsi sul «core business» in Europa, Africa e India. «Il periodo di lock-up è terminato, quindi Vodafone ha il diritto di decidere se vendere o meno le azioni», ha dichiarato da Hong Kong Rainie Lei, la portavoce di China Mobile, mentre il portavoce di Vodafone Bobby Leach si è limitato a un «no comment».

Si prevede che la vendita della quota di China Mobile avvenga entro poche settimane. Vodafone potrebbe trovare un accordo con un partner strategico a cui cedere la quota per evitare il crollo del prezzo sul libero mercato e mantenere buoni rapporti con China Mobile, importante partner del gruppo britannico nello sviluppo di programmi o «apps» per i cellulari di nuova generazione. Colao, secondo le fonti, vorrebbe concludere l’affare prima dell’annuncio del cambiamento di direzione strategica previsto per novembre. «Il mondo è cambiato» ha detto il ceo il mese scorso, «questa è una buona opportunità di rivedere la nostra strategia per il bene degli azionisti». Dopo due anni alla guida del gruppo l’italiano, secondo molti analisti, è pronto ad abbandonare del tutto la linea di «dominio globale» cara al suo predecessore Arun Sarin a favore di un approccio più selettivo.

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