Esistono tre barriere: il The Economist le mostra….

Tre barriere rischiano di tarpare le ali al sogno di una rete internet senza frontiere. Che dall’utopia universitaria degli anni Sessanta passa alla diffusione planetaria degli anni Novanta e alla realtà degli ultimi mesi. L’Economist in edicola domani venerdì 3 settembre dedica la copertina a questo cambiamento di rotta. A partire dalla grande muraglia elettronica che in Cina filtra e censura le idee: è una diga eretta con strati di mattoni come software, infrastrutture di telecomunicazioni e gruppi impegnati nel monitoraggio delle attività online. Eppure le restrizioni alla libertà di espressione hanno influenzato anche l’economia

Google, per esempio, ha deciso di offrire come alternativa ai cinesi il suo motore di ricerca a Hong Kong. E può contare sul decollo del suo sistema operativo Android per dispositivi mobili, come cellulari e tablet. Ma deve affrontare improvvise restrizioni dai palazzi di Pechino. Anche in altre nazioni (Iran, Cuba, Arabia Saudita, Vietnam) internet non ha portato benefici sensibili per la democrazia, ricorda l’Economist.

Il secondo muro opposto a un web aperto per la discussione pubblica è la diffusione dei “giardini recintati” (walled garden). All’inizio degli anni Ottanta, per esempio, aprì “The Well”, una comunità online che offriva spazio per i dibattiti. Chiunque poteva partecipare. I recenti social network come Facebook, invece, sono luoghi frammentati e, spesso, privati: riflessioni, immagini e filmati vengono condivisi tra amici. Oppure, le applicazioni per iPhone e iPad costruiscono community sulla base di interessi (viaggi, letture, giochi). Anzi, Wired ha annunciato la fine del web così come lo conosciamo: secondo un’analisi di Cisco condotta dal guru Andrew Odlyzko, infatti, l’interesse per le pagine web sarebbe diminuito rispetto alla crescente attenzione per i video, il filesharing, le applicazioni. Eppure è un’analisi contestata: Il blog Gizmodo, per esempio, rileva che i siti di videosharing (come Youtube) non sono una categoria a parte, ma andrebbero inclusi nella voce “web”. Ribaltando, così, il risultato dello studio pubblicato da Wired.

Ma l’Economist ricorda un altro tema di discussione riaperto dal recente documento congiunto di Google e Verizon. È la “net neutrality”. Le due società hitech hanno proposto di non discriminare il traffico internet sulla rete fissa, così come già avviene ora: nessun pacchetto di dati ha la precedenza su altri. E l’infrastruttura di telecomunicazione fa il meglio che può (“best effort”) per consegnare le informazioni a destinazione, scontando, per esempio, code dovute all’intasamento dei network. Google e Verizon, però, hanno chiesto di non applicare la “net neutrality” alle reti di telefonia mobile: secondo le due società, garantire connessioni veloci per servizi avanzati, come la diagnostica a distanza o i filmati tridimensionali, favorisce investimenti sulle infrastrutture e un ecosistema di aziende innovative pronte a affrontare le sfide tecnologiche. Il dibattito è ancora in corso.

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