L’indice di Google

Google non si ferma più. L’azienda accusata di essere il “Grande fratello” di internet ora si lancia anche nelle praterie lande della statistica elaborando un suo speciale indice dell’inflazione grazie allo sterminato tesoro di dati sull’ecommerce conservato e continuamente aggiornato sui suoi server. Ad annunciarlo è stato il chief economist del colosso di Mountain View Hal Varian nel corso della conferenza della National Association of Business Economists in corso a Denver.

Per il momento la Federal Reserve può stare tranquilla: Google non ruberà alla Banca centrale il compito cruciale di raccogliere i dati sull’andamento dei prezzi al consumo, l’indice su cui poi si basa in prima istanza per le proprie decisioni in fatto di politica monetaria. O, almeno, per il momento non ha ancora deciso di farlo. Varian ha infatti spiegato ai suoi colleghi che il colosso internet si sta limitando a raccogliere i dati per mettere a punto il meccanismo del Google Price Index (Gpi), ma che non ha ancora deciso se pubblicarli o meno. Ma alcuni trend ha potuto registrarli con chiarezza, forse ancora più chiara rispetto al tradizionale Cpi della Fed, nel corso dell’ultimo anno. Da Natale a oggi il Gpi ha segnalato “un trend deflazionistico molto evidente”, anche se Varian non è ancora arrivato ad affinare il dato depurando l’andamento dagli effetti stagionali. Nello stesso periodo l’inflazione “core”, al netto delle componenti più volatili di alimentari ed energia, ha segnato un incremento dello 0,9% su base annua in agosto. Il quadro è differente in Inghilterra, dove l’indice “segnala un trend leggermente inflazionistico”, attirbuibile in buona parte alla debolezza della sterlina.

Niente a che vedere con quello che a prima vista potrebbe sembrare un suo fratello, il “Bic Mac index” elaborato dall’Economist per confrontare il potere d’acquisto delle singole monete sulla base del prezzo del panino più venduto di McDonalds. Ma è chiaro che il Gpi potrebbe rappresentare una vera e propria rivoluzione per la statistica economica: per il momento non può sostituire il classico Cpi che misura l’inflazione sulla base di un paniere composito di beni e servizi, non tutti presenti in rete. I costi relativi alla casa rappresentano il 40% dell’indice al consumo della Fed e solo il 18% dell’indice di Google. tanto per fare un esempio. Ma, stando alle indicazioni di Varian, il Gpi in questi mesi ha segnalato una buona correlazione con l’inflazione “ufficiale”. E nel frattempo offre il grande vantaggio della raccolta in presa diretta, potenzialmente minuto per minuto, e non più “manuale”. Inoltre tiene conto dei prezzi su un ventaglio ben maggiore di esercizi: quindi può in teoria garantire una precisione quasi chirurgica e istantanea della fotografia dell’inflazione.

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