Iran & Sudan

In Iran l’opposizione, i cui moti sono stati già brutalmente stroncati nel 2009 dall’efficiente apparato repressivo della Repubblica Islamica, ha animato nei giorni scorsi altri tentativi di protesta di piazza, a cui ha fornito combustibile quanto sta accadendo nei paesi arabi che condividono con la non araba Teheran la fede musulmana. Dopo un corteo è stata arrestata (e poi rilasciata) anche Faezeh Hashemi, la figlia dell’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani. La consueta repressione contro le opposizioni ha causato almeno due morti.
Negli ultimi dieci giorni sono avvenute proteste popolari anche in Iraq e a Sulaymaniyah, nel Kurdistan, ci sarebbe stata almeno una vittima nel corso di una piccola sollevazione contro il governo locale.

Nello scorso fine settimana l’onda contestataria proveniente da Nord ha colpito anche Gibuti, dove decine di migliaia di persone hanno partecipato a proteste contro il presidente Ismail Guelleh, succeduto nel 1999 a suo zio. Ci sono stati violenti scontri che hanno causato alcune vittime. Dal Sudan, che, in conseguenza di un recente referendum, vedrà a luglio la nascita di un nuovo Stato indipendente nella sua zona meridionale e vive un clima di tensioni in cui si innesta la crisi non risolta della regione del Darfur, arriva una notizia inaspettata: il presidente Omar al Bashir afferma con enorme anticipo di non volersi ricandidare nelle elezioni del 2015, per “accrescere la democrazia”. Secondo tutti gli analisti, l’annuncio di al Bashir ha l’obiettivo di diluire le possibilità che il contagio contestatario travolga anche il suo paese (e il suo “trono”).

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